Negli Stati Uniti occidentali gli incendi stanno diventando sempre più estesi e intensi. Con il riscaldamento globale, il fenomeno rischia di trasformare radicalmente i paesaggi e minacciare la salute umana oltre agli ecosistemi naturali.
I modelli climatici attuali, utilizzati per prevedere gli effetti del cambiamento climatico, non simulano direttamente gli incendi. I ricercatori collegano invece le aree già bruciate a variabili climatiche come temperatura, precipitazioni, siccità ed evaporazione, applicando poi queste relazioni alle proiezioni future.
Studi recenti hanno evidenziato una correlazione tra un deficit di pressione di vapore (VPD) più elevato — un indicatore della secchezza atmosferica — e una maggiore superficie bruciata. Poiché il VPD aumenta con la temperatura, i modelli che lo utilizzano prevedono un incremento dell’attività degli incendi con il riscaldamento globale.
Tuttavia, uno studio pubblicato su AGU Advances mette in discussione il ruolo del VPD nella modellizzazione degli incendi. Secondo i ricercatori, il VPD sarebbe un indicatore poco affidabile della secchezza del combustibile su larga scala e tenderebbe a sovrastimare le aree bruciate in condizioni di forte riscaldamento. Al contrario, l’umidità del suolo potrebbe rappresentare un parametro più attendibile, portando a proiezioni meno allarmistiche.
Lo studio nel dettaglio
I ricercatori hanno analizzato cinque ecoregioni forestali negli Stati Uniti occidentali, utilizzando i dati del Western US MTBS-Interagency wildfire dataset (1984–2020) combinati con informazioni climatiche (temperatura, VPD e umidità del suolo). L’obiettivo era identificare i fattori che determinano la superficie bruciata da maggio a ottobre e collegarli alle proiezioni dei modelli climatici per valutare il potenziale futuro di incendi.
Proiezioni a confronto: VPD vs umidità del suolo
Le previsioni basate sul VPD mostrano un aumento drammatico degli incendi con il riscaldamento globale. Secondo lo studio, con un riscaldamento medio globale di 3°C, la superficie bruciata alla fine del secolo sarebbe 16 volte superiore rispetto ai livelli storici. Con 4°C di riscaldamento, l’aumento arriverebbe a 66 volte, portando gli incendi a consumare la vegetazione quasi immediatamente dopo la sua ricrescita.
Al contrario, le proiezioni basate sull’umidità del suolo dipingono uno scenario meno catastrofico, ma comunque preoccupante. Nelle stesse condizioni di riscaldamento, l’aumento della superficie bruciata sarebbe compreso tra 2 e 3 volte rispetto al periodo storico. Gli autori dello studio sostengono che i modelli che si basano sul VPD esagerano eccessivamente il rischio di incendi.
«Questo aumento massiccio significherebbe incendi che consumano la vegetazione quasi immediatamente dopo la sua ricrescita». — Cheng et al., AGU Advances
Lo studio, pubblicato nel 2026, sottolinea la necessità di rivedere i modelli attuali per ottenere stime più accurate e affidabili. La ricerca è stata condotta da Cheng et al. e pubblicata sulla rivista AGU Advances.