Il diesel diventa il vero caro carburante della guerra in Iran

Quando si va al distributore, la prima cosa che si controlla è il prezzo della benzina, soprattutto in un periodo di forti rincari. Ma c’è un altro carburante che sta subendo un’impennata ancora più marcata: il diesel. E il suo aumento sta incidendo pesantemente sull’economia americana, con conseguenze che si ripercuotono su tutti, anche su chi non lo utilizza direttamente.

Un impatto economico da 19 miliardi di dollari

Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha bloccato circa un quinto del petrolio mondiale, scatenando un immediato rialzo dei prezzi. Nonostante il dibattito pubblico si concentri sulla benzina, il diesel ha subito un’impennata ancora più significativa: secondo i ricercatori della Brown University, la guerra ha già aggiunto 19 miliardi di dollari ai costi dei carburanti per i consumatori statunitensi. Di questi, ben 9,4 miliardi derivano proprio dal diesel, pari a quasi la metà dell’aumento totale.

«Probabilmente lo stai già pagando senza nemmeno accorgertene», ha dichiarato Jeff Colgan, politologo della Brown University e co-ideatore di uno strumento online che monitora l’impatto dei rincari petroliferi. Il diesel, infatti, non è solo il carburante di camion, treni e macchinari agricoli, ma è alla base di ogni catena di approvvigionamento: quasi ogni prodotto che acquistiamo passa attraverso la sua filiera, e i costi si ripercuotono inevitabilmente sui prezzi finali.

Perché il diesel pesa più della benzina?

Secondo Patrick De Haan, responsabile dell’analisi petrolifera di GasBuddy, «il diesel è il carburante che muove l’economia molto più della benzina». La ragione? Da ogni barile di petrolio si ricava meno diesel che benzina, quindi un aumento dei prezzi ha un impatto proporzionalmente maggiore. I dati della Brown University confermano questa tendenza: il diesel è salito del 54% dall’inizio della guerra (28 febbraio), contro il +38% della benzina.

Mentre gli automobilisti possono ridurre i consumi di benzina quando i prezzi salgono, le industrie che dipendono dal diesel non hanno questa possibilità. «La domanda di diesel è meno elastica: non si può semplicemente smettere di usarlo», spiega De Haan. Questo significa che i costi aggiuntivi si scaricano direttamente sui prezzi dei beni di consumo, dai generi alimentari ai materiali edili.

Un inverno rigido e la guerra: una tempesta perfetta per i prezzi

Il timing della guerra ha aggravato ulteriormente la situazione. Gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato i bombardamenti sull’Iran proprio mentre in New England, dove si consuma la maggior parte del gasolio per riscaldamento, terminava un inverno particolarmente freddo. Poiché il gasolio per riscaldamento e il diesel hanno una composizione chimica quasi identica, i prezzi erano già sotto pressione per la domanda stagionale. La guerra ha esacerbato questa tendenza, creando una «tempesta perfetta» per i consumatori.

«Il diesel è il carburante che tiene in piedi l’economia. Quando i suoi prezzi salgono, a pagare sono tutti, anche chi non lo usa direttamente».

Chi trae vantaggio dalla crisi?

Nonostante l’instabilità geopolitica, c’è un Paese che sta beneficiando indirettamente della crisi: la Russia. Le sanzioni internazionali e la guerra hanno ridotto l’offerta globale di petrolio, spingendo i prezzi al rialzo. Mosca, che continua a esportare greggio nonostante le restrizioni, sta incassando profitti record grazie alla domanda crescente.

Per i consumatori statunitensi, invece, la situazione rimane critica. Con il diesel che rappresenta quasi la metà dell’aumento totale dei costi dei carburanti, le famiglie si trovano a fare i conti con bollette più salate e prezzi al consumo in crescita. E mentre la guerra prosegue senza una soluzione diplomatica all’orizzonte, l’impatto economico rischia di aggravarsi ulteriormente.