Warsh non supera il test dell’indipendenza della Fed
Kevin Warsh, la scelta di Donald Trump per sostituire Jerome Powell alla presidenza della Federal Reserve, ha affrontato ieri l’audizione di conferma davanti alla Commissione bancaria del Senato. L’evento si è svolto in un clima teso, segnato dagli sforzi di Trump di perseguire penalmente l’attuale governatore della Fed, un atteggiamento che mina sia lo stato di diritto che le prospettive economiche a lungo termine degli Stati Uniti.
Warsh aveva l’occasione di dimostrare il suo impegno verso l’indipendenza della banca centrale, ma ha fallito. Nonostante abbia ripetutamente ribadito il rispetto per l’autonomia della Fed, non ha risposto a due domande fondamentali:
- Se Trump abbia il diritto di avviare un’indagine penale contro Powell.
- Come reagirebbe Warsh se il presidente minacciasse ritorsioni per decisioni di politica monetaria che non gradisce.
Entrambi i quesiti sono cruciali, soprattutto considerando che le richieste di tagli ai tassi di interesse da parte di Trump – e la promessa di Warsh di assecondarle – potrebbero scontrarsi con l’inflazione generata dalle politiche belliche statunitensi in Iran. Eppure, Warsh non ha fornito risposte concrete. Peggio ancora, nessuno dei senatori ha posto la seconda domanda.
Un candidato dalla reputazione discutibile
Rispetto ad altri nomi considerati da Trump per ruoli chiave alla Fed, Warsh non appare né incompetente né un personaggio grottesco. Non è un ciarlatano televisivo né un sostenitore di tesi facilmente smentibili. Sul piano formale, sembra un candidato di tutto rispetto: esperto di mercato, abile oratore e già membro del Board della Fed tra il 2006 e il 2011, nominato da George W. Bush. Molti osservatori stimati lo ritengono all’altezza del ruolo.
Il vero dubbio, però, non riguarda le sue competenze, ma il suo carattere. E in questo momento, la tempra è ciò di cui la Fed ha più bisogno, dato chi siede alla Casa Bianca.
Da falco dell’inflazione a sostenitore dei tagli: il doppio gioco di Warsh
Warsh ha trascorso gran parte della sua carriera a difendere posizioni opposte a quelle oggi richieste da Trump. Il presidente chiede una politica monetaria più accomodante, indipendentemente dalle condizioni economiche, arrivando a indicare i tagli ai tassi come test di fedeltà per chi ambisce a guidare la Fed. Warsh, invece, è stato storicamente un falco dell’inflazione, favorevole a tassi più alti e a una riduzione del bilancio della banca centrale.
Persino nel pieno della crisi finanziaria del 2008, a distanza di un solo giorno dal fallimento di Lehman Brothers, Warsh esprimeva preoccupazione per l’inflazione. Eppure, in quel periodo, l’economia statunitense sprofondò nella deflazione.
La sua coerenza è venuta meno in due occasioni, entrambe coincidenti con l’ingresso di Trump alla Casa Bianca. Poco prima della sua rielezione nel 2020, Warsh criticò la Fed per aver tagliato i tassi. Pochi mesi dopo, quando Trump iniziò a valutarlo come possibile successore di Powell, il suo tono cambiò radicalmente.
Il tempismo di queste dichiarazioni solleva più di un sospetto. Warsh sembra aver anteposto le ambizioni personali al principio di indipendenza della banca centrale, un atteggiamento pericoloso per la stabilità economica e democratica del paese.
«La Fed non può essere uno strumento nelle mani del potere politico. La sua indipendenza è sacra per la credibilità dei mercati e la fiducia dei cittadini.»