Jacob Oller e Monica Castillo, critici cinematografici dell'A.V. Club, si confrontano su Lee Cronin’s The Mummy, l'ultimo horror prodotto da uno studio. Nonostante il titolo promettente, il film si rivela ben lontano dal classico genere della mummia, tanto da far dubitare che si tratti effettivamente di un film sulle mummie.

Un titolo fuorviante e una trama confusa

Jacob Oller apre il dibattito sottolineando come Lee Cronin’s The Mummy sia un titolo ingannevole per due motivi principali: il regista è noto al grande pubblico solo per Evil Dead Rise, e la pellicola non è affatto un film sulla mummia. Con una durata di oltre due ore, il film alterna scene di possessione ispirate a The Exorcist a momenti che ricordano i prodotti Blumhouse, senza mai trovare una coerenza narrativa. «Perché la mummia possiede una bambina?», si chiede Oller. «E perché le preghiere a un dio posteriore alla civiltà egizia funzionano su di essa?»

Monica Castillo, dal canto suo, definisce il film «peggiore del previsto», accusandolo di aver mischiato The Exorcist con un costume da mummia. «Hanno infilato The Exorcist in un vestito da mummia solo per sfruttarlo come franchise», spiega. I riferimenti a Sam Raimi, come l’uso di un rosario per evocare una scena di Evil Dead, non bastano a salvare una trama che ricorda The Exorcist II: The Heretic di John Boorman, ma senza il suo stile visivo.

L’esotizzazione dell’Egitto e la protagonista digitale

Oller sottolinea come il film cada nell’esotizzazione degli egiziani, con una trama che ruota intorno a May Calamawy nei panni di un detective del Cairo. «Tutta la lore e i dialoghi tra la famiglia e il detective servono solo a sostituire un esorcista con una donna egiziana arrivata in aereo in un’ora e mezza», ironizza. La sorpresa maggiore arriva quando, dopo un inizio che prometteva di esplorare l’Egitto moderno, il film si trasforma in un horror soprannaturale.

Castillo aggiunge un altro punto critico: la protagonista femminile, Katie, che viene «mummificata» e poi perseguita la sua famiglia. «Inizialmente promettente, diventa sempre più un blob digitale man mano che il film procede», afferma. Un dettaglio che stride con il The Mummy del 1932 con Boris Karloff, un film «sorprendentemente elegante e romantico», che almeno vantava effetti pratici più convincenti della CGI del 2026.

Conclusione: un horror senza identità

Alla fine, The Mummy di Lee Cronin lascia più domande che risposte. È un horror? Un esorcismo? Un film sulle mummie? La risposta sembra essere nessuna delle tre. «Abbiamo lasciato la sala con più domande di quante il film meritasse», conclude Castillo. Un prodotto che, pur attingendo a influenze note, non riesce a trovare una sua strada, finendo per essere un ibrido confuso e poco memorabile.

Fonte: AV Club