Che si tratti di un nuovo open world derivativo o dell’ennesimo seguito di uno sparatutto, i videogiochi che stai giocando probabilmente sono stati realizzati anche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. A sostenerlo è Jack Buser, direttore globale dei giochi di Google Cloud, in un’intervista a Mobilegamer.biz.
Secondo Buser, quasi tutti i principali studi di sviluppo utilizzano questa tecnologia, indipendentemente dal fatto che lo riconoscano pubblicamente. «I giocatori non si rendono conto che molti dei loro giochi preferiti sono già stati realizzati con l’aiuto dell’AI», ha dichiarato. «Questi titoli sono già stati pubblicati. Durante il Gamescom dello scorso anno, abbiamo condotto un’indagine coinvolgendo studi di tutto il mondo. Circa nove sviluppatori su dieci ci hanno confermato di utilizzare l’AI».
Tuttavia, Buser ammette che altre ricerche indicano percentuali molto più basse, intorno al 40-50%. La discrepanza, secondo lui, dipende dalla riluttanza degli sviluppatori a rendere pubblica la loro dipendenza dall’AI. Una recente indagine condotta dal GDC ha rivelato che solo poco più di un terzo degli sviluppatori utilizza l’AI per lavoro, mentre quasi la metà la considera dannosa per il settore.
Questa polarizzazione riflette il dibattito più ampio sull’AI nell’intrattenimento, dove le opinioni sono altrettanto divise. Recentemente, Nvidia ha scatenato polemiche con una funzione grafica basata sull’AI per «abbellire» i videogiochi, suscitando una reazione negativa tale da mettere in difficoltà il CEO Jensen Huang. Anche le piattaforme come Steam hanno introdotto regole che obbligano gli sviluppatori a dichiarare se i loro giochi contengono contenuti generati dall’AI, una misura apprezzata dai giocatori ma non da tutti i vertici del settore.
Per sostenere le sue affermazioni, Buser porta l’esempio di Capcom, noto per la saga Resident Evil. Secondo lui, l’AI aiuta a risolvere un problema cruciale: la creazione di mondi vasti e dettagliati. «Uno dei principali problemi è la necessità di riempire questi mondi con contenuti: ogni sasso, ogni filo d’erba, ogni elemento richiede revisioni artistiche e lavoro manuale, che si accumulano durante la preproduzione»
Con l’AI, invece, «i giocatori potranno ottenere i loro giochi preferiti più velocemente e con maggiore innovazione», ha spiegato Buser. «Un singolo studio, invece di impiegare sette anni per un solo titolo, potrebbe realizzarne cinque nello stesso tempo».
Va notato che Buser rappresenta Google, che offre strumenti di AI come Nano Banana (generatore di immagini) e Gemini (chatbot), il che invita a considerare le sue dichiarazioni con un sano scetticismo. Non è il primo esponente di un’industria a rivelare un «segreto sporco» sull’AI, ma le sue parole gettano nuova luce su un fenomeno in rapida espansione.