Un nuovo mercato per i dati aziendali falliti
Anche dopo la chiusura, alcune startup riescono a trasformare il proprio fallimento in un’opportunità economica. Secondo un’inchiesta di Forbes, aziende defunte stanno vendendo i propri dati digitali – tra cui conversazioni su Slack, email interne e ticket di supporto – a società di intelligenza artificiale come dati di addestramento.
Shanna Johnson, ex CEO di Cielo24, una software house fallita, ha dichiarato al magazine che è riuscita a vendere l’intero archivio digitale della sua azienda per centinaia di migliaia di dollari. Non si tratta di un caso isolato: SimpleClosure, una piattaforma che assiste le aziende nella chiusura, ha registrato un crescente interesse da parte delle società di IA verso questi dati.
Per rispondere alla domanda, SimpleClosure ha lanciato uno strumento specifico che consente alle aziende di vendere le proprie comunicazioni interne – dagli archivi di Slack alle catene di email – direttamente ai laboratori di intelligenza artificiale. Negli ultimi dodici mesi, la piattaforma ha gestito oltre 100 transazioni, con pagamenti che vanno dai 10.000 ai 100.000 dollari.
Privacy a rischio: i dati personali finiscono nell’IA
Nonostante i dati vengano spesso anonimizzati, le comunicazioni aziendali possono contenere informazioni personali sensibili, soprattutto per dipendenti che hanno trascorso anni nella stessa organizzazione. Marc Rotenberg, fondatore del Center for AI and Digital Policy, ha sottolineato come la privacy dei lavoratori sia una questione critica:
«I problemi di privacy sono sostanziali. La privacy dei dipendenti rimane una preoccupazione centrale, soprattutto perché le persone dipendono sempre più da strumenti di messaggistica interna come Slack. Non si tratta di dati generici: si tratta di persone identificabili».
Le tensioni sul lavoro legate all’IA stanno crescendo, soprattutto in un contesto in cui le aziende spingono sempre più verso l’adozione di strumenti automatizzati. Un recente sondaggio di Gallup ha rivelato che le preoccupazioni etiche e la privacy dei dati sono tra i principali motivi per cui alcuni dipendenti rifiutano di utilizzare l’IA sul posto di lavoro.
Il tema della privacy non riguarda solo l’IA: secondo un’indagine del 2024 di Checkr, su un campione di 3.000 persone, quasi la metà sarebbe disposta a rinunciare a parte dello stipendio pur di evitare che il datore di lavoro monitori la propria attività online.
Nuovi modelli di business nell’era dell’IA
I modelli linguistici avanzati, come quelli utilizzati da agenti IA in grado di prendere decisioni autonome, richiedono dataset sempre più complessi. Questi includono documenti aziendali, email, FAQ e dati in tempo reale che forniscono contesto e feedback. La crescente domanda di dati aziendali sta dando vita a nuovi modelli di business.
Secondo Forbes, AfterQuery, un laboratorio di ricerca con sede a San Francisco, sviluppa «mondi digitali» degli uffici che vengono acquistati dalle società di IA per addestrare agenti capaci di navigare negli ambienti lavorativi e risolvere problemi reali. Dalle chat di Slack che organizzano happy hour alle email che risolvono problemi tecnici, questi dati rappresentano un patrimonio prezioso nell’economia dell’addestramento dell’IA.
In futuro, potrebbe essere proprio l’archivio digitale di una startup fallita a insegnare a un’IA come pianificare una festa aziendale o redigere una mail noiosa. Un paradosso del capitalismo digitale: la morte di un’impresa diventa il carburante per l’intelligenza artificiale.