Un buon capo può trasformare l’esperienza lavorativa in un percorso di crescita, mentre un superiore tossico può rendere ogni giorno un incubo. Secondo un recente studio di Harris Poll, la maggior parte dei lavoratori statunitensi si trova purtroppo a fare i conti con il secondo scenario.
La ricerca, condotta dalla divisione Thought Leadership Practice di Harris Poll, ha coinvolto 1.334 adulti statunitensi impiegati e ha definito un capo tossico come un leader che adotta comportamenti dannosi sul posto di lavoro, tra cui:
- Trattamento di favore ingiusto
- Mancanza di riconoscimento
- Spostamento delle colpe
- Micromanagement inutile
- Obiettivi irrealistici
- Difficoltà di accesso
- Appropriazione delle idee altrui
- Comportamento non professionale
- Discriminazione basata su caratteristiche personali
I risultati sono allarmanti: il 60% dei lavoratori dichiara di avere attualmente un capo tossico. La percentuale sale al 70% se si considera chi ha già avuto un superiore dannoso durante la propria carriera. Per i lavoratori LGBTQIA+, il dato raggiunge il 75%.
Le conseguenze sono gravi. Il 47% degli intervistati afferma che il comportamento tossico del proprio capo sta generando stress, burnout o un peggioramento della salute mentale. Un terzo dei lavoratori, inoltre, ha subito perdite economiche a causa di superiori dannosi, sia per mancati riconoscimenti finanziari che per l’impossibilità di avanzare di carriera.
La maggior parte dei dipendenti cerca di adattarsi, lavorando di più: il 66% dichiara di aver cercato di soddisfare le richieste del capo, lavorando anche nei fine settimana o nei giorni di riposo. Due terzi dei lavoratori, inoltre, hanno cambiato lavoro a causa di un capo tossico.
Per affrontare la situazione, molti si rivolgono alla terapia: il 53% ha già intrapreso un percorso di supporto psicologico. Nonostante alcuni preferiscano evitare di denunciare il comportamento del capo per non peggiorare la situazione, molti altri stanno reagendo. Il 55% ha già preso almeno un’iniziativa per contrastare i comportamenti dannosi del proprio superiore. A guidare questa tendenza è la Generazione Z, con il 73% dei giovani che ha già reagito a un capo tossico.
Le cause di questo fenomeno sono spesso esterne: il 71% dei lavoratori attribuisce lo stress in ufficio alle attuali condizioni economiche. Anche la corsa all’intelligenza artificiale sta giocando un ruolo chiave: il 44% dei dipendenti afferma che la propria azienda investe di più nell’IA che in programmi di formazione per i manager o nello sviluppo dei futuri leader.
«Siamo nel più grande ciclo di investimenti tecnologici di una generazione, ma il lato umano del lavoro viene trascurato», dichiara Libby Rodney, Chief Strategy Officer di Harris Poll. «Un leadership tossiva non è un difetto di carattere, ma un fallimento degli investimenti. Questi manager non sono stati formati né hanno mai ricevuto standard da rispettare, e ora vengono chiamati a guidare una trasformazione per cui non erano preparati, figuriamoci prima dell’arrivo dell’IA».
La soluzione, secondo la maggior parte dei lavoratori, è chiara: non servono più investimenti in IA o aumenti salariali, ma una migliore formazione per i leader. Il 64% degli intervistati ritiene che sia questa la strada per migliorare l’ambiente lavorativo.