Nel maggio 2016, Elon Musk compì un gesto insolito per lui, che negli anni successivi avrebbe cercato in tutti i modi di annullare: fece una donazione che credeva fosse di carattere filantropico. L’uomo più ricco del mondo, noto anche per la sua avarizia, ha spesso elargito somme inferiori persino ai minimi percentuali richiesti per legge tramite la sua fondazione privata.

Musk ha sempre sostenuto che le sue aziende fossero intrinsecamente benefiche, poiché sviluppano tecnologie destinate a «estendere la luce della coscienza». I 38 milioni di dollari donati a OpenAI tra il 2016 e il 2020 rappresentavano una frazione dei 100 milioni inizialmente dichiarati o del miliardo promesso in seguito. Tuttavia, quella somma fu cruciale per permettere a Sam Altman di assumere talenti e posizionare l’organizzazione no-profit nel cuore della corsa all’intelligenza artificiale.

Con il tempo, le ambizioni dei due uomini divergono. Musk abbandona il consiglio di OpenAI, interrompe i finanziamenti e lancia xAI, un competitor diretto. Nel 2024, fa causa ad Altman e a OpenAI, accusandoli di aver tradito la missione originaria e di aver «rubato una charity» trasformando l’organizzazione in una controllata a scopo di lucro di Microsoft. Musk chiede che ChatGPT torni a essere un progetto open-source e no-profit, come quando ricevette i suoi fondi.

Gli imputati respingono le accuse, dipingendo Musk come un rivale rancoroso e inaffidabile, pronto a sabotare OpenAI per trarne vantaggi personali. Tra accuse di manipolazione, email scomparse e presenze a eventi esclusivi come Davos e Burning Man, il caso si trasforma in una battaglia di potere: chi detiene il controllo sull’IA e come viene esercitato.

I documenti processuali, resi pubblici prima del processo, rivelano come i leader della tech si vedano davvero: non come salvatori dell’umanità, ma come oligarchi che si temono a vicenda. Musk e Altman si incontrarono per la prima volta proprio per contrastare la concentrazione di potere nelle mani di un unico colosso della Silicon Valley. Nel 2015, Google e la sua controllata DeepMind dominavano la corsa verso l’Intelligenza Artificiale Generale. Secondo una deposizione del 2025, Musk avrebbe espresso preoccupazione per il futuro dell’umanità in caso di sviluppo incontrollato dell’IA. Larry Page, cofondatore di Google, lo avrebbe accusato di «specismo» per tali timori, sostenendo che l’IA sarebbe stata «il nostro successore».

Il processo in programma questa settimana a Oakland non riguarda solo i soldi o le promesse infrante: è uno scontro sul futuro dell’innovazione tecnologica e su chi, davvero, ne detiene le redini.