Nel 1893, il professor di diritto di Harvard James Bradley Thayer pubblicò uno dei saggi più influenti della storia giuridica statunitense. Il suo articolo "The Origin and Scope of the American Doctrine of Constitutional Law" sosteneva una tesi radicale: la Corte Suprema avrebbe dovuto astenersi dall’annullare le leggi approvate dal Congresso, a meno che la violazione costituzionale non fosse così evidente da non lasciare spazio a dubbi ragionevoli.

Secondo Thayer, i giudici federali dovevano deferenza assoluta al legislativo, limitando il loro intervento a casi di errore estremamente chiaro e inconfutabile. Questa posizione, se applicata rigorosamente, avrebbe di fatto svuotato il potere di revisione costituzionale della magistratura federale. E Thayer era convinto che fosse giusto così.

La sua influenza perdura ancora oggi. Giudici come Oliver Wendell Holmes e Louis Brandeis ne trassero ispirazione, e persino Felix Frankfurter, giudice della Corte Suprema, dichiarò nel 1963:

«Entrambi [Holmes e Brandeis] hanno influenzato la mia visione costituzionale, ma entrambi derivavano le loro idee dalla stessa fonte da cui ho derivato le mie: James Bradley Thayer.»

Recentemente, il dibattito su questo tema è stato riacceso da un articolo di Jesse Wegman del Brennan Center for Justice. Wegman ha sostenuto una riforma della Corte Suprema che prevede un requisito di supermaggioranza: per invalidare una legge del Congresso, la Corte dovrebbe pronunciarsi con una maggioranza di almeno 7-2, 8-1 o 9-0. L’obiettivo, secondo Wegman, non è impedire alla Corte di decidere questioni costituzionali, ma costringere i giudici a un’analisi più rigorosa prima di annullare una legge approvata dai rappresentanti eletti dal popolo.

Questa proposta, in sostanza, traduce in pratica l’idea di Thayer: una magistratura suprema che interviene solo in casi di evidenza lampante. Ma è davvero questa la soluzione auspicata dai progressisti di oggi?

La risposta non è scontata. Basti pensare alla sentenza United States v. Windsor (2013), in cui la Corte, con una maggioranza di 5-4, annullò una parte del Defense of Marriage Act, sancendo una vittoria storica per i diritti LGBTQ+. In quel caso, non fu richiesta alcuna supermaggioranza. Eppure, oggi, con una Corte divisa 6-3 tra giudici nominati da repubblicani e democratici, molti progressisti sembrano favorevoli a meccanismi che limitino il potere della magistratura suprema.

Il dilemma rimane aperto: una Corte Suprema più restrittiva favorirebbe davvero la democrazia, o rischierebbe di indebolire la tutela dei diritti fondamentali?

Fonte: Reason