San Francisco – Un documentario diffuso da More Perfect Union ha gettato nuova luce sulle condizioni di lavoro nell’industria dell’intelligenza artificiale, spesso nascoste dietro promesse di innovazione e progresso. La società Mercor, startup californiana in rapida ascesa, rappresenta un esempio emblematico di come le aziende del settore sfruttino lavoratori in difficoltà, tra cui disoccupati e persone senza fissa dimora, per addestrare i propri modelli di IA.
Mercor opera come piattaforma di lavoro online, collegando freelance — spesso in condizioni economiche precarie — con giganti del tech come OpenAI, creatrice di ChatGPT. Le mansioni proposte, apparentemente allettanti, nascondono una realtà inquietante: ex dipendenti vengono ingaggiati per insegnare all’IA a svolgere i lavori che un tempo erano loro. A peggiorare la situazione, la società è nota per il trattamento riservato ai propri collaboratori, spesso sottopagati e privi di tutele.
Le condizioni disumane dei "sweatshop dell’IA"
Il documentario, realizzato dalla giornalista Karen Hao, raccoglie le testimonianze di diversi lavoratori del settore, molti dei quali hanno preferito rimanere anonimi per timore di ritorsioni. Le loro storie dipingono un quadro allarmante: quello che il report definisce come "sweatshop dell’IA americana".
Uno dei dati più scioccanti emerge da una ricerca del 2025 della Communication Workers of America: tra i lavoratori che addestrano i sistemi di IA, il 22% ha dichiarato di aver perso la casa a causa dei salari insufficienti. Una situazione che evidenzia come l’industria dell’IA, lungi dall’essere un motore di progresso, stia alimentando nuove forme di sfruttamento.
Dati allarmanti sul precariato nel settore
Secondo uno studio del ricercatore Tim Newman, circa l’86% dei lavoratori dei dati — coloro che contribuiscono a formare i modelli di IA che utilizziamo quotidianamente — ha faticato a pagare le bollette nel 2024. Quasi un quarto di loro ha dovuto ricorrere a sussidi pubblici, come buoni alimentari o Medicaid, per sopravvivere.
Tra le testimonianze raccolte, spicca quella di Jen, una ricercatrice con un dottorato di ricerca conseguito in una prestigiosa università statunitense. Dopo oltre un anno di ricerche infruttuose, Jen si è ritrovata costretta a trasferirsi dalla sorella e a dipendere dai buoni alimentari. Disperata, ha accettato un incarico proposto da Mercor, che offriva 55 dollari l’ora — una cifra ben superiore a quanto guadagnava come cassiera o supplente.
«Ho visto un annuncio per un ruolo di analista di intelligenza filosofica. Mi sono chiesta: perché non dovrei essere in grado di farlo?»
Tuttavia, la sua esperienza si è rivelata breve e deludente. Dopo appena due settimane, Mercor ha improvvisamente interrotto il contratto, lasciandola senza lavoro e senza prospettive. Jen ha raccontato di aver ricevuto un messaggio di gruppo in cui veniva comunicato: «In realtà, questo contratto sta per terminare.»
Un settore in crescita, ma a quale prezzo?
La vicenda di Jen non è un caso isolato. Mercor, che vanta una forza lavoro di 30.000 collaboratori, rappresenta solo uno dei tanti esempi di come l’industria dell’IA stia normalizzando lo sfruttamento di lavoratori vulnerabili. Secondo gli esperti, questa tendenza potrebbe estendersi anche ad altri settori, con conseguenze potenzialmente disastrose per i diritti dei lavoratori.
Il documentario di More Perfect Union solleva una domanda cruciale: fino a quando l’innovazione tecnologica potrà giustificare lo sfruttamento umano? E soprattutto, chi pagherà il prezzo di un progresso costruito sulle spalle dei più deboli?