La scomparsa delle proteste studentesche: repressione o paura?

Da tempo si sente ripetere un refrain: quando accade qualcosa di grave nel mondo, qualcuno si chiede "Dove sono le proteste degli studenti? Forse esistevano solo quando Biden era presidente?" Ora, senza bersagli studenteschi, i commentatori si concentrano su figure come Hasan Piker. Ma la domanda rimane: perché gli studenti non scendono più in piazza?

Il declino delle mobilitazioni: dati e cause

Tra la primavera e l'autunno del 2024, prima ancora del ritorno di Trump alla Casa Bianca, il numero di proteste universitarie negli Stati Uniti è crollato del 64%. Una tendenza che non è frutto di una scelta degli studenti, ma di una strategia deliberata di repressione.

Le università, sotto pressione da parte di un governo federale ostile, hanno adottato misure sempre più restrittive. Dopo l'elezione di Trump, decine di atenei hanno introdotto nuove politiche per limitare la libertà di espressione, vietando l'uso di megafoni, strumenti musicali e altre forme di protesta all'aperto senza autorizzazioni specifiche. Anche i docenti sono stati colpiti: molti affrontano ancora conseguenze legali e disciplinari per aver partecipato a manifestazioni.

Università e governo: una repressione coordinata

I rettori delle università sono stati convocati al Congresso per dimostrare la loro adesione agli ordini esecutivi di Trump sull'istruzione. Alcune istituzioni, come l'Università della California, Berkeley, hanno addirittura fornito informazioni personali degli studenti al governo federale, temendo la revoca dei finanziamenti. Altri atenei hanno chiuso un occhio mentre le autorità perseguivano gli studenti.

Tra le vittime della repressione ci sono studenti come Mahmoud Khalil e Rumeysa Ozturk, rapiti dall'ICE per il loro sostegno alla causa palestinese. Altri, come Momodou Taal, sono stati costretti a lasciare il paese per evitare lo stesso destino. Anche i docenti che hanno partecipato agli accampamenti di protesta, come quelli alla City University of New York e alla New York University, subiscono ancora conseguenze legali e accademiche.

A Swarthmore College, gli studenti si preparano per processi penali a due anni di distanza dalle proteste, mentre dovrebbero concentrarsi sugli esami finali. Gli studenti stranieri, poi, vivono nel terrore: un post sui social media che critica Israele o la Palestina può costare la revoca del visto o della carta verde.

Resistenza nonostante tutto: le proteste continuano

Nonostante il clima repressivo, la mobilitazione studentesca non è scomparsa del tutto. Il 24 aprile, una cinquantina di studenti dell'Occidental College hanno occupato il campus sventolando bandiere palestinesi e montando tende simili a quelle che hanno reso famosi i protestatari della Columbia University.

Queste azioni dimostrano che, anche in un contesto ostile, la voglia di giustizia non si spegne. Tuttavia, la repressione sistematica rischia di soffocare la voce degli studenti, rendendo sempre più difficile organizzare proteste su larga scala.

"Le università dovrebbero essere luoghi di dibattito e libertà, non di censura e paura", ha dichiarato un rappresentante di un'associazione studentesca sotto anonimato.

Le conseguenze della repressione: un futuro incerto per la libertà accademica

La situazione attuale solleva interrogativi cruciali sul futuro della libertà accademica negli Stati Uniti. Con le università che cedono alle pressioni governative e gli studenti che vivono nel timore di ritorsioni, il rischio è quello di una generazione di giovani silenziosa e apatica.

Ma la storia insegna che la repressione, seppur efficace nel breve termine, non spegne mai del tutto la fiamma della protesta. Gli studenti americani, come quelli di tutto il mondo, continueranno a lottare per i loro diritti, anche a costo di grandi sacrifici.