La promessa di trasparenza svanita nel nulla

Nel 2025, Donald Trump promise di guidare «l’amministrazione più trasparente della storia». Oggi, quella dichiarazione sembra un crudele scherzo. Tra i dossier secretati dell’affaire Epstein e la sistematica ostilità verso il diritto di accesso alle informazioni, l’amministrazione attuale sta tradendo le promesse fatte ai cittadini.

FOIA: il diritto negato

Ogni giorno, il governo produce milioni di documenti, email e rapporti finanziati con denaro pubblico. Secondo la Freedom of Information Act (FOIA) e altre leggi sulla trasparenza, questi atti dovrebbero essere accessibili a chiunque ne faccia richiesta. Ma l’attuale amministrazione sta sabotando questo principio.

Prima di tornare al potere, Trump stesso aveva fatto ampio uso delle richieste FOIA: per ostacolare le indagini dell’IRS sul suo patrimonio o per ottenere documenti dal National Archives dopo lo scandalo dei documenti classificati. Anche Robert F. Kennedy Jr. aveva presentato richieste FOIA, ad esempio per ottenere informazioni sui vaccini o sui dettagli del suo servizio di sicurezza.

Oggi, però, entrambi hanno cambiato atteggiamento. Gli uffici governativi che dovrebbero gestire le richieste di accesso sono stati smantellati, spesso senza lasciare traccia. In alcuni casi, i dipendenti che avrebbero potuto fornire risposte sono stati licenziati, rendendo impossibile anche solo valutare l’entità del danno.

HHS: la trasparenza «radicale» che non esiste

Durante le audizioni di conferma, Kennedy aveva promesso una «trasparenza radicale» al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS). Sulla carta, esiste persino una pagina web intitolata «Radical Transparency», ma contiene solo cinque argomenti, tutti legati alle priorità dell’amministrazione: presunti conflitti di interesse tra i consulenti sui vaccini, sprechi di denaro pubblico e la lotta all’antisemitismo nei campus universitari.

Per chi volesse presentare una richiesta FOIA all’HHS, l’unica opzione è utilizzare la piattaforma centrale FOIA.gov. Tuttavia, secondo l’ultimo rapporto disponibile, questa piattaforma ha accumulato un backlog di oltre 267.000 richieste. La legge impone una risposta entro 20 giorni lavorativi; all’HHS, il tempo medio di attesa è di 490 giorni.

Esempi concreti di censura

I ritardi non sono occasionali, ma sistematici. Secondo le nostre indagini:

  • Julia Métraux, giornalista di Mother Jones che si occupa di disabilità, ha presentato una richiesta FOIA oltre un anno e mezzo fa per ottenere informazioni su una scuola del Massachusetts che utilizza la terapia con scosse elettriche su bambini disabili. Nessuna risposta.
  • Madison Pauly, che segue le questioni LGBTQ+, ha richiesto documenti utilizzati per redigere un rapporto molto criticato sulla disforia di genere. Anche in questo caso, silenzio.
  • Julia Lurie, esperta di welfare infantile, ha chiesto informazioni su «fattorie del benessere» (strumenti che, secondo Kennedy, servono a «reparentare» chi assume antidepressivi) e sull’ibogaina, una sostanza psichedelica che il segretario vorrebbe usare per trattare i disturbi da stress post-traumatico. Nessuna risposta.

Un «pattern and practice» di ostruzionismo

Questi ritardi non sono casuali, ma rappresentano una «prassi e consuetudine» illegale, secondo quanto previsto dalla legge. La situazione è così grave che i cittadini si trovano costretti a ricorrere a soluzioni estreme per ottenere informazioni che, per legge, dovrebbero essere pubbliche.

La trasparenza non è più una priorità. Anzi, sembra essere diventata un nemico da combattere.

«Quello che stiamo osservando non è solo un ritardo nella risposta alle richieste FOIA, ma una vera e propria strategia di censura sistematica. L’amministrazione sta rendendo impossibile per i cittadini e i giornalisti accedere a informazioni fondamentali per la democrazia.»

— Redazione di Mother Jones