Un giudice della Corte Suprema di Manhattan, il giudice Gerald Lebovits, ha respinto la richiesta di un imputato di imporre alla controparte l’uso dei pronomi e del nome corretti. La decisione, emessa nel caso Garlington v. Austin, si basa sull’assenza di un reato civile di 'misgendering' nel sistema giuridico di New York e sulla mancanza di un danno legale dimostrabile.

L’imputato, Burstiner, aveva richiesto un’ordinanza che costringesse la controparte a utilizzare i pronomi e il nome corretti per tutte le parti coinvolte, oltre a chiedere danni per ogni episodio di 'misgendering' deliberato. Burstiner aveva inoltre sostenuto che il New York Penal Law §240.31, che disciplina l’aggravated harassment di primo grado, potrebbe applicarsi in caso di condotte motivate da pregiudizi legati a genere, identità di genere o espressione di genere. Secondo questa interpretazione, ogni episodio di 'misgendering' deliberato costituirebbe una violazione separata di questa norma, classificata come reato di Classe E.

La difesa di Garlington ha risposto che la richiesta dell’imputato, oltre a essere vaga e generica, violerebbe apertamente il Primo Emendamento. Inoltre, ha sottolineato che il 'misgendering' non costituisce un reato civile. La difesa ha aggiunto che la richiesta di Burstiner sembra mirare a imporre un ordine che, di fatto, limita la libertà di espressione della controparte.

Nel suo ricorso, Burstiner aveva definito il comportamento della controparte come "disprezzabile, irrispettoso e deumanizzante", accusandola di utilizzare il Primo Emendamento come scudo per giustificare atti di transfobia. La difesa di Garlington ha replicato definendo la posizione di Burstiner come "intellettualmente disonesta" e "volutamente ignorante", sottolineando che la realtà dei fatti è chiara: il rifiuto di accettare l’identità di genere di un individuo non costituisce una libera espressione, ma un atto di discriminazione.

La corte ha concluso che, sebbene il 'misgendering' non sia un reato civile, può comunque essere considerato un elemento che contribuisce a classificare il comportamento della controparte come aggravated harassment. Tuttavia, ha respinto la richiesta di imporre l’uso dei pronomi corretti, ritenendola una violazione del Primo Emendamento e priva di fondamento giuridico.

Fonte: Reason