Holly Jean Buck, docente associata all’Università di Buffalo e già funzionaria del Dipartimento dell’Energia statunitense (Ufficio per l’Energia Fossile e la Gestione del Carbonio), ha recentemente attirato l’attenzione sul dibattito sui data center dopo aver pubblicato un articolo su Jacobin in cui critica la proposta di un moratorio nazionale sui data center AI.

Nel suo scritto, Buck definisce un simile divieto come «un grosso errore strategico per la sinistra», sottolineando come questa misura rischi di trascurare le implicazioni di giustizia globale e gli effetti a catena di una simile decisione. Secondo l’autrice, gli attivisti ambientali e climatici dovrebbero evitare di costruire alleanze con forze politiche che, nel lungo periodo, non condividono obiettivi comuni.

L’articolo di Buck ha ricevuto elogi da pensatori vicini alla corrente dell’abbondanza come Matthew Yglesias, ma ha anche scatenato critiche da parte di figure influenti nel movimento anti-data center, tra cui Ben Inskeep del Citizens Action Coalition of Indiana.

Il dibattito sui moratoria: efficacia o populismo?

Durante un’intervista con Jacobin, Buck ha affrontato il tema del moratorio sui data center, definendolo come una possibile forma di «slopulismo» – termine che indica una politica populista a basso sforzo, basata più sull’emotività che su soluzioni concrete.

«Non ho una definizione precisa di slopulismo», ha dichiarato Buck. «A volte i moratoria vengono proposti in varie forme e a diversi livelli. Il disegno di legge presentato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, ad esempio, è un documento retoricamente interessante, ma non credo sia una buona proposta politica».

Secondo Buck, chi sostiene i moratoria li considera spesso come una tattica negoziale per costringere l’industria tech a riconoscere la mancanza di un «social license» (licenza sociale) per le proprie attività. Tuttavia, l’autrice ritiene che questa strategia non sia efficace e che, anzi, possa risultare controproducente.

Sinistra e destra: alleanze impossibili?

Uno dei punti centrali dell’analisi di Buck riguarda la fragilità delle alleanze tra sinistra e destra contro i data center. Secondo lei, i due schieramenti hanno obiettivi diversi su altre questioni politiche, e un divieto sui data center non garantirebbe automaticamente una transizione energetica pulita o politiche sociali per affrontare la perdita di posti di lavoro legata alla transizione.

«Il problema è che chi si oppone ai data center lo fa per motivazioni molto diverse», spiega Buck. «Da un lato ci sono ambientalisti preoccupati per l’impatto climatico, dall’altro ci sono gruppi che temono la concentrazione di potere nelle mani delle grandi tech company. Queste alleanze, però, non sono stabili e non portano necessariamente a soluzioni condivise».

L’autrice sottolinea come una strategia basata esclusivamente sul blocco delle infrastrutture digitali rischi di isolare la sinistra e di non affrontare le vere cause dei problemi ambientali e sociali.

Qual è la strada giusta?

Buck non propone un semplice «sì» o «no» ai data center, ma invita a una riflessione più ampia sulla regolamentazione e la gestione delle risorse. Secondo lei, la sinistra dovrebbe concentrarsi su politiche che promuovano una transizione energetica giusta, piuttosto che su divieti che rischiano di essere inefficaci o controproducenti.

«Dobbiamo pensare a come gestire la crescita dei data center in modo sostenibile», conclude Buck. «Un moratorio senza una strategia globale non risolve i problemi, ma li sposta semplicemente altrove».