La censura che non ha colto nessuno di sorpresa
Qualche mese fa, Stephen Colbert si è trovato senza parole. Di fronte alle telecamere, ha strappato un memo dei suoi superiori, definendolo "una schifezza", e lo ha gettato in un sacchetto di cacca per cani. La ragione? La CBS gli aveva vietato di trasmettere un’intervista al candidato al Senato James Talarico, sostenendo che avrebbe violato la regola dell’equal time della FCC. Una scusa debole, soprattutto perché i programmi di intrattenimento non sono soggetti a questa norma da quasi vent’anni.
Ma il tempismo non era casuale. La CBS, di proprietà di Paramount, stava cercando l’approvazione dell’amministrazione Trump per la fusione con Warner Brothers Discovery. Un caso che ricorda quanto accaduto l’anno precedente, quando Shari Redstone, all’epoca proprietaria di Paramount, avrebbe fatto pressioni su 60 Minutes per evitare di irritare Trump, in vista della vendita della rete.
Anche il Washington Post di Jeff Bezos ha subito pressioni. Dopo aver appoggiato pubblicamente Kamala Harris, il giornale ha bloccato l’endorsement. Poco dopo, Bezos ha dichiarato che le pagine di opinione avrebbero pubblicato solo articoli a favore delle "libertà personali e dei mercati liberi". Un anno dopo, il Post ha licenziato il 40% dei suoi giornalisti.
Il giornalismo sotto assedio: quando i profitti contano più della verità
Questi episodi non sono isolati. Sono il risultato di un problema strutturale: l’informazione americana è affidata a società quotate in borsa, i cui obiettivi sono dettati dagli azionisti e dai profitti trimestrali, non dalla missione pubblica di informare. CBS, ad esempio, ha iniziato a svuotare le sue redazioni già negli anni ’80, come raccontato nel film Broadcast News. Nel 1995, ha censurato un’intervista al whistleblower Jeffrey Wigand, come mostrato in The Insider.
Il New York Times ha fallito nel coprire l’epidemia di AIDS e ha diffuso la narrazione razzista dei "superpredatori" negli anni ’90. Prima della guerra in Iraq, il Post ha nascosto le sue inchieste sulle bugie dell’amministrazione Bush, mentre il Times ha dato spazio a Judith Miller, che ha amplificato la falsa minaccia delle armi di distruzione di massa.
Negli ultimi decenni, i posti di lavoro nei media sono crollati dell’80%, più velocemente del settore minerario. Le testate, di proprietà di multinazionali come GE, Comcast o fondi speculativi come Alden Global Capital, hanno trasformato il giornalismo in un business secondario, se non un fastidio.
Perché questo accade
Le società di media devono rispondere agli azionisti, non ai cittadini. Quando un colosso come Amazon, di proprietà di Bezos, minaccia di ritirare pubblicità o di influenzare le nomine editoriali, le redazioni cedono. È successo a Politico, a The Atlantic e a molti altri. La conseguenza? Un’informazione sempre più allineata agli interessi economici, sempre meno libera.
Ma c’è un’alternativa. Mother Jones dimostra che un giornalismo indipendente è possibile. Senza pubblicità di Amazon, senza pressioni politiche, senza la necessità di accontentare gli azionisti. Un modello che si basa sui lettori, non sui profitti.
La nostra vittoria: un modello che funziona
Noi di Mother Jones non ci pieghiamo. Non accettiamo finanziamenti da aziende che cercano di silenziare la verità. Non censuriamo le notizie scomode. E soprattutto, non chiediamo scusa per il nostro lavoro.
Questa è la nostra risposta a chi vorrebbe zittire il giornalismo: insieme, possiamo battere Bezos e tutti coloro che vogliono controllare l’informazione. Perché un’informazione libera non è un lusso, ma una necessità democratica.
"Il giornalismo indipendente non è un costo, ma un investimento nella democrazia."
Cosa possiamo fare noi
- Sostenere i media indipendenti con abbonamenti e donazioni;
- Esigere trasparenza dai grandi gruppi editoriali;
- Diffondere le inchieste che i media mainstream ignorano;
- Boicottare le aziende che cercano di controllare l’informazione.
La battaglia per un giornalismo libero è appena iniziata. E voi siete parte della soluzione.