Uno studio condotto dalla Yale School of Medicine ha evidenziato un preoccupante aumento di problemi di memoria e concentrazione tra i giovani adulti statunitensi. Secondo il professor Adam de Havenon, neurologo associato, il tasso di difficoltà cognitive auto-riferite tra i 18 e i 34 anni è quasi raddoppiato in un decennio, passando dal 5,1% nel 2013 al 9,7% nel 2023. Per confronto, nello stesso periodo, il dato generale tra gli adulti è cresciuto in modo più contenuto, dal 5,3% al 7,4%. La ricerca, basata su un campione di 4,5 milioni di persone, solleva interrogativi su un possibile declino cognitivo precoce nella Generazione Z.

Non è demenza, ma i segnali sono preoccupanti

Sebbene i risultati siano allarmanti, gli esperti sottolineano che non si tratta di una diagnosi di demenza o di deterioramento cognitivo strutturale. De Havenon chiarisce: «Non si tratta di una patologia cerebrale con danni tangibili, ma di una percezione soggettiva di difficoltà nel concentrarsi, ricordare o prendere decisioni». Tuttavia, lo studio avverte che questi dati meritano ulteriori approfondimenti, poiché potrebbero avere ripercussioni future su sanità e produttività lavorativa.

Attualmente, non esistono scansioni cerebrali che confermino alterazioni strutturali associate alla demenza nei partecipanti. Solo ulteriori ricerche potranno stabilire se esiste un collegamento tra i sintomi auto-riferiti e i cambiamenti cerebrali tipici di questa condizione. Se così fosse, i costi economici sarebbero enormi: secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Neurology, la demenza ha già gravato sull’economia globale per 1.300 miliardi di dollari nel 2019.

Quali sono le cause? Tecnologia e disuguaglianze sociali

Lo studio di Yale ha rilevato un legame tra difficoltà cognitive e fattori socioeconomici, suggerendo che il problema potrebbe essere più diffuso tra i giovani adulti a causa di disparità strutturali. Ma c’è un altro elemento che emerge con forza: l’impatto della tecnologia digitale.

Il neuroscienziato Jared Cooney Horvath, in una testimonianza scritta al Senato statunitense, ha evidenziato come negli ultimi vent’anni lo sviluppo cognitivo dei giovani nei paesi sviluppati abbia subito una battuta d’arresto o addirittura un’inversione di tendenza. Secondo Horvath, le politiche pubbliche hanno incentivato l’adozione massiccia di dispositivi digitali senza garantire efficacia, privacy e tutela dello sviluppo, rischiando di compromettere l’istruzione e il futuro lavorativo delle nuove generazioni.

L’effetto della digitalizzazione scolastica

Negli ultimi vent’anni, molti governi statali hanno investito in computer, tablet e piattaforme digitali per le scuole, trasformando le aule in ambienti tecnologicamente avanzati. Il risultato? Nonostante l’accesso senza precedenti a informazioni, la Generazione Z è la prima a ottenere risultati peggiori dei precedenti nelle prove standardizzate. «Abbiamo trasformato i nostri figli in cavie di un esperimento digitale senza precedenti», ha dichiarato Horvath.

Cosa si può fare per invertire la tendenza?

Secondo gli esperti, la soluzione richiede un approccio multifattoriale. Tra le strategie proposte:

  • Regolamentazione dell’uso tecnologico: limitare l’esposizione a schermi e contenuti digitali non regolamentati, soprattutto nei primi anni di vita.
  • Interventi comportamentali: promuovere abitudini come la lettura, l’attività fisica e il sonno di qualità, fondamentali per la salute cerebrale.
  • Piani educativi bilanciati: integrare la tecnologia con metodi di insegnamento tradizionali per garantire un apprendimento completo.
  • Ricerca scientifica avanzata: sviluppare trattamenti innovativi, come spray nasali antinfiammatori, per contrastare il declino cognitivo precoce.

«Il danno accumulato in due decenni non si risolve da un giorno all’altro», ammette Horvath. «Ma con politiche mirate e un cambio di rotta, possiamo ancora proteggere il futuro cognitivo delle nuove generazioni».

«Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di usarla in modo consapevole e responsabile. Il nostro cervello ha bisogno di tempo per svilupparsi senza essere costantemente bombardato da stimoli digitali».
— Jared Cooney Horvath, neuroscienziato