L’Acting Attorney General Todd Blanche ha dichiarato che un’indagine di 11 mesi ha prodotto «una serie di prove» a sostegno dell’accusa federale contro l’ex direttore dell’FBI James Comey. L’imputazione, apparentemente inverosimile, lo accusa di aver minacciato pubblicamente di assassinare il presidente Donald Trump. Secondo Blanche, le prove vanno oltre il post Instagram del 15 maggio, che mostrava una fotografia di conchiglie disposte sulla sabbia a formare il messaggio «86 47» — un’espressione comune di opposizione al presidente.
Blanche non ha specificato la natura delle ulteriori prove, ma ha affermato che dimostrerebbero l’«intento» necessario per una condanna. Tuttavia, molti giuristi e osservatori mettono in dubbio questa tesi, soprattutto per quanto riguarda il primo capo d’accusa, che lo accusa di aver violato il 18 USC 871 per aver «consapevolmente e deliberatamente» minacciato di morte il presidente degli Stati Uniti.
L’accusa si basa sul post Instagram, in cui Comey avrebbe pubblicato una foto di conchiglie disposte a formare il messaggio «86 47». Secondo l’atto d’accusa, un «ricevente ragionevole», conoscendo le circostanze, interpretarebbe il messaggio come una seria minaccia di danno verso il presidente. Tuttavia, la validità di questa interpretazione è altamente discutibile.
Il termine «86» è comunemente usato nel gergo americano per significare «respingere», «scartare» o «abbandonare», mentre «47» è un riferimento numerico spesso associato a Donald Trump. La frase è ampiamente diffusa su magliette, adesivi e altri oggetti acquistabili su piattaforme come Amazon, il che rende ancora più improbabile che possa essere interpretata come una minaccia di morte.
Oltre a ciò, per condannare Comey ai sensi del 18 USC 871, la procura dovrebbe dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che l’ex direttore dell’FBI avesse l’«intenzione» di minacciare violenza contro il presidente. Questo requisito è più rigoroso rispetto alla soglia di «negligenza» stabilita dalla Corte Suprema nel caso Counterman v. Colorado (2023), secondo cui il governo deve dimostrare che l’imputato abbia «consapevolmente ignorato un rischio sostanziale» che le sue comunicazioni fossero percepite come minacce di violenza.
Il 18 USC 871 richiede invece una prova più stringente: non solo che l’imputato abbia ignorato un rischio sostanziale, ma che intendesse che il messaggio fosse interpretato come una minaccia concreta. Come sottolineato dalla Corte d’Appello del Settimo Circuito nel caso United States v. Fuller (2004), la procura deve dimostrare che il comunicatore abbia «consapevolmente e deliberatamente» formulato una minaccia, anche se non aveva l’intenzione di metterla in atto.
Alla luce di queste considerazioni, molti esperti giuridici ritengono che l’accusa contro Comey sia debole e potenzialmente incostituzionale, poiché si basa su un’interpretazione forzata di un messaggio ambiguo e largamente diffuso nella cultura popolare.