Nel 2016, la polizia di Midlothian, in Virginia, ha richiesto a Google di analizzare i dati di localizzazione di oltre 500 milioni di utenti per identificare un rapinatore di banche. La ricerca ha restituito 19 dispositivi presenti nei pressi dell'istituto al momento del crimine, portando all'arresto e alla condanna di Okello Chatrie. L'uso di un mandato 'geofence' ha acceso un acceso dibattito: da un lato, uno strumento di indagine efficace; dall'altro, una grave violazione della privacy.
Lunedì, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha affrontato questo tema in un caso che evidenzia i pericoli di due dottrine giuridiche considerate obsolete alla luce dell'evoluzione tecnologica. Queste dottrine, che limitano la protezione del Quarto Emendamento (che tutela la privacy da perquisizioni e sequestri arbitrari), si basano su principi risalenti al 1967, quando la Corte stabilì che la protezione si applica solo in presenza di una ragionevole aspettativa di privacy.
In seguito, la giurisprudenza ha ulteriormente ridotto questa tutela affermando che non esiste alcuna aspettativa di privacy quando si condividono volontariamente dati con terze parti, come banche o compagnie telefoniche. Tuttavia, come sottolineato dal giudice Neil Gorsuch in una sentenza del 2018, queste interpretazioni sono inadeguate di fronte a tecnologie che raccolgono informazioni personali in modo capillare.
Nel caso Chatrie, i dati utilizzati per l'identificazione provenivano direttamente dal telefono dell'imputato, non da torri cellulari. Sebbene Google non conservi più questi dati, molte app continuano a tracciare la posizione degli utenti, spesso memorizzando le informazioni su server remoti. La polizia ha ottenuto un mandato, ma la difesa sostiene che tali richieste sono troppo invasive e violano il Quarto Emendamento, che richiede una causa probabile e una descrizione specifica dei luoghi e delle persone da perquisire.
Il governo Trump, invece, sostiene che i mandati 'geofence' non necessitano di un mandato perché chi accetta il tracciamento della posizione rinuncia automaticamente alla privacy. Tuttavia, come avvertito dall'avvocato di Chatrie, Adam Unikowsky, questa logica aprirebbe la strada a perquisizioni arbitrarie di email, foto, calendari e documenti archiviati online. Diversi giudici della Corte Suprema hanno mostrato preoccupazione per questa prospettiva, anche se il vice procuratore generale Eric Feigin ha cercato di rassicurare affermando che l'argomento non si estende a tali casi.
Un altro aspetto critico riguarda la sensibilità dei dati di localizzazione, che possono rivelare abitudini personali, preferenze religiose o orientamenti politici. Come evidenziato da Unikowsky in un documento presentato alla Corte,
«Il potenziale di abuso è sconvolgente».La sentenza, attesa per giugno, potrebbe ridefinire i confini della privacy digitale e l'applicazione del Quarto Emendamento in un'era in cui la tecnologia permea ogni aspetto della vita quotidiana.