Il governo australiano amplia la sua strategia di regolamentazione nei confronti delle grandi aziende tecnologiche statunitensi, imponendo ora un nuovo obbligo fiscale a sostegno del giornalismo locale. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Canberra ha presentato martedì una bozza di legge denominata "News Bargaining Incentive", che costringerebbe Meta, Google e TikTok a stipulare accordi commerciali con le testate giornalistiche australiane o affrontare una tassa del 2,25% sui ricavi locali.

Le aziende che sceglieranno di collaborare potranno beneficiare di sgravi fiscali pari al 150% o 170%, riducendo così l’impatto della tassa. Tuttavia, la normativa non si applicherà alle società di intelligenza artificiale. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che i proventi, stimati tra 200 e 250 milioni di dollari australiani, saranno interamente reinvestiti nel settore giornalistico.

La ministra delle Comunicazioni, Anika Wells, ha definito l’iniziativa un aggiornamento necessario del News Media Bargaining Code, entrato in vigore nel 2021. Quel provvedimento aveva già costretto Google e Meta a negoziare con le testate locali, ma l’accordo con Meta è scaduto nel 2024 e l’azienda ha rifiutato di rinnovarlo, sostenendo che solo il 3% dei contenuti condivisi dagli utenti riguarda notizie.

Meta ha criticato la nuova proposta definendola una "digital services tax", affermando in un post su X:

«Le organizzazioni giornalistiche scelgono di pubblicare i propri contenuti sulle nostre piattaforme perché ne traggono valore. Noi non utilizziamo i loro articoli, eppure la tassa si applica indipendentemente dalla presenza di contenuti di attualità».

Anche Google ha espresso opposizione, sottolineando in una nota che la proposta «ignora gli accordi commerciali già esistenti con l’industria dell’informazione» e «non tiene conto delle trasformazioni del mercato pubblicitario». L’azienda ha inoltre evidenziato come la normativa escluda arbitrariamente piattaforme come Microsoft, Snapchat e OpenAI, nonostante il loro ruolo nella distribuzione delle notizie.

Questa iniziativa si inserisce in un contesto di crescente intervento governativo sull’ecosistema digitale australiano. A dicembre, il governo ha vietato l’uso dei social media ai minori di 16 anni, ma l’applicazione della misura ha incontrato numerose difficoltà, con molti giovani che hanno aggirato facilmente il divieto. In risposta, le autorità hanno minacciato di citare in giudizio piattaforme come Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube per non conformità.

Sebbene l’obiettivo di sostenere il giornalismo locale possa apparire nobile, la nuova normativa rischia di favorire principalmente i grandi gruppi editoriali. Nonostante gli incentivi per collaborare con testate più piccole, le aziende tecnologiche potrebbero ridurre l’impatto della tassa stipulando accordi con i colossi dell’informazione, come News Corp Australia, l’Australian Broadcasting Corporation e Nine Entertainment Co. Queste ultime, infatti, hanno già espresso il loro sostegno al provvedimento.

Critici sottolineano che, anche in caso di successo, la misura non affronterà le cause strutturali della crisi del giornalismo, limitandosi a creare un sistema di dipendenza delle testate locali dalle piattaforme tecnologiche straniere.

Fonte: Reason