Meno di 72 ore prima che la Weber State University in Utah ospitasse la conferenza intitolata "Redacted: Navigating the Complexities of Censorship", i relatori selezionati hanno ricevuto una comunicazione inaspettata: non potevano affrontare temi legati alla politica identitaria, pena l’esclusione dal programma ufficiale.

In una email inviata dalla allora vicepresidente per l’accesso e il successo degli studenti, Jessica Oyler, si specificava che l’evento non era considerato una conferenza accademica vera e propria. Di conseguenza, affermazioni e materiali che «prendessero posizione» su leggi o politiche non sarebbero stati tutelati dalla libertà accademica prevista dalla legge statale HB 261 dello Utah.

Questa normativa, come molte altre approvate in stati come Texas, Florida, Alabama e Iowa, mira a scoraggiare le università pubbliche dall’utilizzare i principi di Diversità, Equità e Inclusione (DEI) per decisioni relative a ammissioni o assunzioni, minacciando la perdita di finanziamenti statali. Sebbene il fulcro di queste leggi sia spesso la riduzione dei fondi, cresce anche il numero di restrizioni sull’insegnamento universitario.

Critici della libertà di parola, dell’autonomia accademica e dei diritti civili hanno denunciato come queste norme costringano le istituzioni, che hanno storicamente beneficiato di iniziative DEI e ricerche accademiche, a fare concessioni pur di mantenere i finanziamenti, a scapito della propria reputazione. Un esempio lampante è proprio la conferenza censurata della Weber State University.

Documenti ottenuti tramite una Freedom of Information Act request da 404 Media rivelano dettagli sulla posizione dell’università, le reazioni dei relatori e gli sviluppi successivi.

Nella sua email, Oyler ha cercato di giustificare la decisione affermando che la conferenza non era «reale» perché finanziata dalla divisione affari studenteschi dell’ateneo. Secondo l’interpretazione dell’università della legge HB 261, in questi casi la libertà accademica non è garantita né per gli studenti né per il personale docente o i ricercatori, indipendentemente dall’affiliazione istituzionale, se i programmi non sono finanziati dalla facoltà.

Sarah Herrmann, professoressa associata di scienze psicologiche alla Weber State, racconta di essere stata incoraggiata dagli organizzatori a presentare una ricerca condotta con una sua studentessa sulle conseguenze della legge HB 261 sulla cultura del campus. In particolare, volevano analizzare come la chiusura dei centri culturali universitari avrebbe influenzato l’esperienza degli studenti. La proposta era stata accettata, con la studentessa pronta a presentare i risultati durante la conferenza.

Pochi giorni prima dell’evento, però, la studentessa ha ricevuto una richiesta dagli organizzatori: eliminare qualsiasi riferimento a DEI, sia come acronimo che scritto per esteso. La richiesta è stata immediatamente inoltrata a Herrmann.

«Puoi immaginare cosa proverebbero gli studenti che facevano parte dei centri per le donne o dei centri culturali, vedendo i loro corsi cancellati. È un messaggio chiaro su chi appartiene e chi no».

La studentessa di Herrmann è stata tra i primi a ritirarsi ufficialmente dalla conferenza, un segnale preoccupante della volontà istituzionale di ostacolare lo sviluppo di ricerche studentesche.