Il secondo giorno del processo contro Stefon Diggs si è aperto con la prosecuzione dell'esame incrociato della presunta vittima, Mila Adams, già in piedi sul banco dei testimoni alla fine della prima udienza.

Dopo una serie di risposte non pertinenti alle domande poste, il giudice Jeanmarie Carroll ha ordinato una pausa. Al rientro in aula, prima del ritorno della giuria, il magistrato ha rivolto un monito chiaro ad Adams:

«Lei è tenuta a rispondere solo alle domande che le vengono poste. Se non capisce, può dirlo. Sono certa che l'avvocato provvederà a riformulare la domanda. Se non sente, deve segnalarlo. I processi si svolgono con un formato domanda-risposta: non è un'occasione per imporre la propria versione dei fatti o evitare di rispondere alle domande che il tribunale ritiene rilevanti. Se continuerà a comportarsi così, l'intera testimonianza potrebbe essere annullata. Mi sono spiegata?»

Al riavvio dell'interrogatorio, Adams è stata chiamata a rispondere a una richiesta di risarcimento da 5,5 milioni di dollari avanzata dal suo avvocato nei confronti di Diggs. Ancora una volta, la testimone ha cercato di eludere le domande, arrivando a invocare il segreto professionale (in modo del tutto inappropriato). La difesa di Diggs sembrava sul punto di ottenere l'annullamento della testimonianza, ma l'avvocato ha concluso l'esame incrociato senza ulteriori incidenti. Adams ha completato anche il controesame e il riesame incrociato senza problemi, e la sua testimonianza è rimasta valida.

Se la testimonianza fosse stata annullata, l'intera causa sarebbe crollata: senza la sua versione dei fatti sull'aggressione presunta, non sarebbe stato possibile dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che Diggs avesse aggredito e/o strangolato Adams.

Nonostante le numerose domande esterne al nucleo centrale del caso, il vero quesito rimane: la giuria crederà alla sua versione dei fatti sull'aggressione? La risposta dipenderà dalle ulteriori prove presentate, dalle arringhe finali e dalle deliberazioni della giuria.