Un giudice federale accusa DOJ e DHS di aver violato la libertà di espressione
Un giudice federale ha stabilito che il Dipartimento di Giustizia (DOJ) e quello della Sicurezza Interna (DHS) hanno probabilmente violato il Primo Emendamento costringendo Apple e Facebook a rimuovere piattaforme utilizzate per condividere informazioni sulle operazioni dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE).
La decisione arriva in seguito a una causa intentata a febbraio contro l'ex procuratrice generale Pam Bondi e l'ex segretaria del DHS Kristi Noem. La Foundation for Individual Rights and Expression (FIRE) ha accusato entrambe di aver minacciato ripetutamente di perseguire individui e aziende per la diffusione di informazioni sulle operazioni dell'ICE, violando così il diritto alla libertà di espressione. Sebbene entrambe siano state sostituite, la causa è proseguita contro i loro successori.
Le piattaforme censurate: Eyes Up e ICE Sightings – Chicagoland
Il ricorso ha evidenziato due casi di piattaforme rimosse dopo un intervento del DOJ nell'autunno dello scorso anno:
- Kassandra Rosado, creatrice del gruppo Facebook "ICE Sightings – Chicagoland", con quasi 100.000 membri, utilizzato per segnalare attività di controllo dell'immigrazione;
- Kreisau Group, LLC, sviluppatrice dell'app "Eyes Up", che consentiva agli utenti di condividere video e informazioni su operazioni dell'ICE.
Entrambe le piattaforme erano protette dal Primo Emendamento, poiché utilizzate per documentare e diffondere informazioni su attività governative.
La rimozione delle piattaforme e le minacce delle autorità
La rimozione di Eyes Up e ICE Sightings – Chicagoland è avvenuta dopo che Apple e Facebook hanno ricevuto pressioni da parte del governo. Un caso simile si era verificato a luglio 2023, quando l'app ICEBlock era stata rimossa dopo che Noem aveva minacciato di perseguire CNN per averla menzionata. Anche Bondi aveva dichiarato a Fox News che il creatore di ICEBlock "stava attento", lasciando intendere possibili azioni legali.
Secondo la FIRE, Apple e Facebook hanno agito sotto la minaccia implicita di azioni governative, nonostante nessuna delle due società avesse segnalato violazioni delle proprie linee guida prima dell'intervento delle autorità. La rimozione delle piattaforme è avvenuta solo dopo che il governo aveva esercitato pressioni.
Le dichiarazioni di Bondi e le accuse di censura
Dopo la chiusura del gruppo Facebook, Bondi aveva pubblicato sui social di essere orgogliosa dell'intervento del DOJ, accusando il gruppo di doxxing e di minacciare agenti dell'ICE. Aveva inoltre promesso di "continuare a collaborare con le tech company per eliminare piattaforme dove i radicali possono istigare violenza contro le forze dell'ordine".
Secondo la FIRE, queste dichiarazioni, unite alle minacce di perseguimento, hanno indotto Apple e Facebook a rimuovere le piattaforme per evitare possibili ritorsioni governative. Il giudice federale Jorge L. Alonso ha condiviso questa valutazione, affermando che le minacce di Bondi e Noem, sebbene non dirette esplicitamente a Facebook e Apple, costituivano un'intimidazione sufficiente per dimostrare una probabile violazione del Primo Emendamento.
"Le dichiarazioni di Bondi e Noem non sono minacce dirette, ma sono indizi di un'intimidazione che costituisce una prova sufficiente per sostenere la tesi dei ricorrenti", ha scritto il giudice Alonso nella sua ordinanza.
La sentenza e le implicazioni per la libertà di espressione
Il giudice Alonso ha concesso alla FIRE una ingiunzione preliminare per bloccare il DOJ e il DHS dal costringere ulteriormente le società tecnologiche a censurare contenuti protetti dal Primo Emendamento. La sentenza sottolinea che, sebbene le aziende private possano applicare le proprie politiche di contenuto, il governo non può utilizzare la coercizione per limitare la libertà di espressione.
Il caso solleva importanti questioni sulla collaborazione tra autorità governative e piattaforme digitali, evidenziando il rischio di censura indiretta attraverso pressioni su terze parti.