Un esemplare di cicade gigante del Capo Orientale, custodito da oltre 240 anni nella Palm House dei Kew Gardens di Londra, è considerato la pianta in vaso più antica del mondo. Trasportata dal Sudafrica via nave nel XVIII secolo, questa reliquia botanica ha trascorso la maggior parte della sua esistenza rinchiusa in un contenitore, avvinghiandosi alle strutture della serra come un anziano sostenuto da stampelle. Un’immagine che rispecchia, con ironia, la fragilità e la resilienza di fronte al tempo.
Nel suo ultimo romanzo, The Palm House, la scrittrice britannica Gwendoline Riley intreccia questo simbolo di longevità con i temi dell’invecchiamento, della memoria e delle dinamiche familiari. La protagonista, Laura Miller, quarantenne scrittrice, visita la Palm House insieme all’amico Edmund Putnam e a suo padre. Qui, Putnam osserva con malinconia il passaggio del tempo, commentando: «Ah, il trascorrere degli anni!».
La potenza delle metafore e dei dettagli
Riley si distingue per la sua abilità nel costruire metafore vivide e spesso ironiche. Descrive un cielo giallo scuro «come iodio», il prose di uno scrittore fallito «come un ladro di cartoni animati che sgattaiola», o una persona che osserva lo smartphone «come se fosse una bacchetta da rabdomante». La sua prosa non si limita a descrivere: condensa personaggi e atmosfere in pochi tratti, come un uomo che «si tira indietro le spalle, come un pattinatore infantile che si ferma di colpo davanti a una telecamera».
I dialoghi, poi, non seguono la struttura classica domanda-risposta, ma si snodano in frasi spezzate, dove i pensieri dei personaggi si intrecciano senza filtri. Non c’è spazio per la sottigliezza: i personaggi si tradiscono da soli, e le loro vite emergono attraverso vignette giustapposte, senza bisogno di connettivi superflui.
Un tema ricorrente: le relazioni familiari
Nonostante la varietà di ambientazioni — Manchester, Stati Uniti, Londra — i romanzi di Riley ruotano attorno a un nucleo tematico costante: le dinamiche familiari tossiche. Le sue prime due opere, pubblicate quando aveva poco più di vent’anni, ritraevano giovani donne intrappolate in relazioni abusive. Nei romanzi successivi, come First Love (2017) e My Phantoms (2021), il focus si sposta sulle figure genitoriali, in particolare sulle madri, spesso oppressive e manipolatrici.
First Love è un ritratto devastante del matrimonio di Neve, una donna sposata a un uomo più anziano che la umilia costantemente. Nonostante l’atmosfera claustrofobica, Riley riesce a stemperare la tensione con la sua prosa dettagliata e la capacità di infondere empatia nei suoi personaggi, anche nei momenti più bui.
In My Phantoms, invece, la scrittrice approfondisce il rapporto tra Bridget, una narratrice scrittrice, e sua madre, Hen. Un’indagine cruda e commovente sulla memoria, il senso di colpa e il peso delle eredità familiari.
«In tutti i miei libri finora, c’è una donna che osserva la propria vita».
Gwendoline Riley, 2017
Uno stile riconoscibile, ma non sempre sottile
Pur essendo apprezzata per la sua capacità di catturare l’essenza dei personaggi con poche parole, Riley non nasconde una certa ripetitività tematica. I suoi romanzi, se letti in sequenza, sembrano variare solo marginalmente: gli stessi archetipi — padri violenti, madri opprimenti, donne in cerca di autonomia — si ripresentano con sfumature diverse. Eppure, è proprio questa coerenza a rendere la sua voce unica nel panorama letterario contemporaneo.
La scrittrice non si preoccupa di nascondere le sue ossessioni. Anzi, le espone con una franchezza che può risultare scomoda, ma anche liberatoria. I suoi personaggi, spesso fragili e insicuri, sono descritti con una sincerità disarmante, che li rende immediatamente riconoscibili.
Il legame tra letteratura e botanica
Il riferimento alla cicade dei Kew Gardens non è casuale. Come la pianta, simbolo di resilienza e sopravvivenza, anche i personaggi di Riley devono fare i conti con il passare del tempo e le sue cicatrici. La Palm House diventa così una metafora della condizione umana: un luogo in cui la bellezza e la decadenza coesistono, dove la vita persiste nonostante tutto.
In un’intervista del 2017, Riley affermava: «Scrivo sempre di donne che guardano indietro, che cercano di dare un senso al proprio passato». E forse, come la cicade dei Kew Gardens, anche i suoi personaggi sono reperti di un’epoca passata, costretti a sopravvivere in un mondo che non sempre li comprende.