L’ascesa delle stablecoin, in particolare di quelle ancorate al dollaro statunitense, sta sollevando preoccupazioni crescenti tra gli economisti e le autorità monetarie. Secondo Pablo Hernández de Cos, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), questi asset digitali rappresentano una minaccia per la sovranità delle banche centrali, soprattutto nei paesi emergenti e in via di sviluppo.
Durante un intervento alla Banca del Giappone lunedì, de Cos ha sottolineato come l’adozione su larga scala di stablecoin ancorate a valute estere, come il dollaro, possa limitare la capacità delle autorità locali di gestire la politica monetaria. Un esempio emblematico è rappresentato dalla Nigeria, dove l’adozione accelerata di stablecoin sottrae al controllo della banca centrale locale l’influenza sulle dinamiche economiche, senza che questa possa influenzare le decisioni della Federal Reserve statunitense.
«Le stablecoin potrebbero ulteriormente compromettere la trasmissione della politica monetaria e la sovranità delle banche centrali se transazioni, prezzi e salari iniziano a essere sempre più denominati in valute estere», ha dichiarato de Cos. Questo fenomeno, noto come dollarizzazione, non è nuovo: storicamente, i cittadini dei paesi con alta inflazione hanno cercato rifugio nel dollaro statunitense come valuta stabile e affidabile.
La crescita esponenziale delle stablecoin
Negli ultimi due anni, il valore totale delle stablecoin denominate in tutte le valute è cresciuto di oltre il 100%, superando i 320 miliardi di dollari, secondo i dati di DefiLlama. Di queste, il 99,6% è ancorato al dollaro USA. La crescita è stata trainata da due fattori principali: l’approvazione negli Stati Uniti del Genius Act a luglio, che ha definito per la prima volta le regole per l’emissione e la regolamentazione delle stablecoin, e il mercato rialzista delle criptovalute dello scorso anno.
Tuttavia, l’entusiasmo iniziale si è attenuato con il crollo del Bitcoin, che da un picco di 126.000 dollari è sceso fino a 62.000 dollari. Nonostante ciò, tra gennaio e ottobre 2025, le stablecoin hanno registrato un afflusso di oltre 100 miliardi di dollari, mentre nel 2026 l’incremento è stato inferiore ai 12 miliardi.
Le tre principali sfide per le banche centrali
Secondo de Cos, le stablecoin pongono tre nuove sfide alle autorità monetarie:
- Rischio di dollarizzazione: L’accesso alle stablecoin ancorate al dollaro è potenzialmente illimitato, anche in paesi dove l’accesso al contante in dollari è ristretto. Questo potrebbe accelerare l’adozione di queste valute digitali, riducendo ulteriormente il controllo delle banche centrali locali.
- Premio sulle stablecoin e svalutazione locale: La vendita massiccia di valute locali per acquistare stablecoin può creare un premio sul dollaro digitale, aggravando la svalutazione della moneta nazionale.
- Evasione dei controlli sui capitali: Le stablecoin rendono più semplice aggirare i controlli sui movimenti di capitale, aumentando la volatilità dei flussi finanziari.
L’appello alla cooperazione internazionale
De Cos ha concluso il suo intervento sottolineando l’importanza della cooperazione internazionale per evitare frammentazioni normative tra i diversi paesi. «Senza una regolamentazione armonizzata, il rischio di arbitraggio regolamentare e di frammentazione dei mercati potrebbe compromettere la stabilità finanziaria globale», ha affermato.
Il direttore della BRI ha inoltre evidenziato come le stablecoin rappresentino una tecnologia che va ben oltre il semplice strumento finanziario: «Il denaro è molto più di una tecnologia. È un’istituzione che prospera grazie alla fiducia nella cooperazione domestica e internazionale».