Nei primi mesi della pandemia di Covid-19, quando le città si svuotavano e gli ospedali si riempivano, circolava sui social media una copertina di Time del 2017. L’articolo, scritto da chi scrive, recitava: "Attenzione: non siamo pronti per la prossima pandemia". Quel monito, ignorato allora, si è rivelato tragicamente profetico.

Oggi, di fronte alla crescente tensione tra Iran e Occidente, il rischio di un errore simile si ripresenta. La chiusura dello Stretto di Hormuz, vitale per il trasporto di petrolio, potrebbe innescare una crisi economica globale ancora più profonda di quella del 1973, quando l’embargo petrolifero scatenò un decennio di instabilità finanziaria.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la chiusura dello stretto ha già ridotto l’offerta globale di petrolio di oltre 10 milioni di barili al giorno, una percentuale che supera il 13% della produzione mondiale. Per fare un confronto, l’embargo del 1973 aveva sottratto solo il 7% dell’offerta globale, innescando recessioni e scompensi economici duraturi.

Eppure, i mercati sembrano non cogliere la portata del pericolo. A febbraio 2020, poco prima che l’Italia registrasse i primi casi di Covid-19, l’indice S&P aveva toccato un massimo storico, ignorando i segnali di una crisi imminente. Oggi, con la guerra in Iran, la storia rischia di ripetersi: stiamo sottovalutando l’impatto economico di un conflitto che potrebbe paralizzare le supply chain globali.

La domanda è semplice: perché ripetiamo gli stessi errori? Forse perché, come nel caso della pandemia, preferiamo ignorare i segnali di allerta finché non è troppo tardi. La storia insegna che le crisi economiche più gravi nascono proprio da questa cecità collettiva.

Fonte: Vox