La Corte Suprema degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, ha di fatto abrogato un emendamento del 1982 al Voting Rights Act, che imponeva a diversi Stati di garantire un numero minimo di collegi elettorali a maggioranza nera o ispanica. La decisione, annunciata mercoledì scorso, ha scatenato una nuova ondata di scontri politici legati al gerrymandering, la pratica di manipolare i confini dei collegi elettorali per favorire un partito.
Già si registrano le prime mosse concrete: la Louisiana ha sospeso le elezioni per la Camera dei rappresentanti fino a quando non verranno ridisegnate nuove mappe che assicurino l’elezione di un maggior numero di deputati bianchi repubblicani. Anche il Mississippi si prepara a una sessione speciale del legislativo per approvare mappe simili. Tennessee e Alabama potrebbero seguire a breve, con l’obiettivo di ridisegnare i collegi in modo da favorire candidati repubblicani e bianchi prima delle prossime elezioni di metà mandato.
Le conseguenze del verdetto
- Gli Stati Uniti non hanno mai avuto protezioni robuste contro il gerrymandering, ma la situazione è peggiorata dopo che la Corte Suprema ha dichiarato di non voler intervenire su questa pratica.
- La sentenza ha anche dato a Donald Trump il via libera per perseguire i suoi avversari politici, ampliando ulteriormente le tensioni istituzionali.
- I gruppi progressisti stanno già preparando contromisure: Fair Fight Action, l’associazione fondata da Stacey Abrams, ex candidata democratica alla carica di governatore della Georgia, ha in programma di trasformare 10 collegi della Camera in favore dei democratici e fino a 22 se i democratici otterranno il controllo di alcuni legislativi statali.
Un problema di lunga data
Questa nuova tornata di gerrymandering si aggiunge a quella dello scorso anno, che ha visto scontri in Texas, California, Virginia e Florida. La Corte Suprema, però, ne porta la maggiore responsabilità. Nel 2019, con la sentenza Rucho v. Common Cause, i giudici repubblicani hanno stabilito che i tribunali federali non possono intervenire per bloccare un gerrymandering partitico. Da allora, i legislatori non devono più preoccuparsi della costituzionalità delle loro mappe.
Prima di quella decisione, la Corte aveva mantenuto una certa ambiguità strategica. Nel 1986, con Davis v. Bandemer, aveva affermato che un gerrymandering eccessivamente partitico poteva violare la Costituzione, ma non aveva annullato le mappe dell’Indiana oggetto del caso. Nel 2004, con Vieth v. Jubelirer, aveva confermato una mappa congressuale della Pennsylvania, pur lasciando aperta la possibilità di intervenire in futuro. Per oltre trent’anni, insomma, la Corte aveva evitato di prendere posizioni nette, ma aveva comunque mantenuto la minaccia di un intervento in casi estremi. Un’ambiguità che, secondo gli osservatori, aveva frenato eccessi troppo evidenti.
Ora, con il via libera definitivo al gerrymandering, gli Stati Uniti si preparano a una nuova stagione di scontri politici, dove la manipolazione dei confini elettorali diventa lo strumento principale per consolidare il potere.